«Oggi è stato il giorno più bello della mia vita!»
Alice lo dice con gli occhi spalancati e un sorriso che non lascia spazio a dubbi. Viene spontaneo chiedersi cosa sia successo.
Un’avventura incredibile? Un animale speciale? Un gioco indimenticabile?

In realtà era una giornata caldissima. Per rinfrescarci avevamo tirato fuori gli spruzzini e giocato con l’acqua nell’uliveto.
Fin qui, nulla di straordinario.
Poi Matteo e Omar, con le magliette ormai completamente bagnate, chiedono se possono cambiarsi.
Una delle accompagnatrici propone semplicemente di stenderle sulla corda e aspettare che il sole faccia il suo lavoro.
Alice osserva la scena in silenzio.
Passa qualche minuto. Si avvicina con un po’ di timidezza e chiede:
«Posso toglierla anche io?»
«Certo.»
Appende anche lei la maglietta e torna a giocare. Poi si sdraia sull’amaca. Chiacchiera. Ride.

Si muove con una naturalezza diversa, come se avesse appena scoperto qualcosa che aveva sempre avuto a disposizione senza averla potuta utilizzare.
Non era la maglietta il punto.
Era la libertà.
La libertà di stare bene nel proprio corpo. Di sentire il sole sulla pelle. Di scoprire che esistono luoghi in cui si può semplicemente essere persone, senza preoccuparsi troppo di come si appare.
Ci siamo chieste quante occasioni abbiano oggi i bambini e le bambine di vivere il proprio corpo con questa spontaneità.
Quante possibilità abbiano di rallentare, di stare scalzi, di sporcarsi, di cambiare idea, di osservare prima di partecipare, di sentirsi accolti anche quando non hanno voglia di fare nulla.
Forse è proprio questa l’essenza del progetto Estate al Bosco.


Quindici bambini e bambine dai 3 ai 7 anni. Tre accompagnatrici. Un uliveto che diventa campo base. Il bosco, i terrazzamenti e l’orto quando il sole lo permette.
Giornate che non inseguono un programma fitto di attività, ma lasciano spazio agli interessi che emergono, agli incontri, alle domande, ai tempi di ciascuno.
Anche quest’anno abbiamo accolto bambini e bambine che arrivavano per la prima volta al Bosco. Ogni estate osserviamo la stessa cosa.
Spesso le famiglie cercano il centro estivo più divertente, più ricco di proposte, più sorprendente. E spesso si aspettano che tutto questo funzioni dal primo giorno.
Ma le persone, sia grandi che piccole, non entrano nelle esperienze già pronte.
I bambini e le bambine arrivano con la loro storia, le loro paure, la nostalgia di casa, la curiosità, la diffidenza, il bisogno di osservare prima di fidarsi.
C’è chi il primo giorno esplora ogni angolo e chi preferisce rimanere vicino a una persona adulta. C’è chi si tuffa nelle relazioni e chi ha bisogno di qualche mattina per capire se quello è davvero un posto sicuro.
A volte qualche genitore sente che sia necessario fermarsi un po’ e nell’uliveto c’è spazio e tempo per chiunque lo desideri.
L’adattamento non è un ostacolo da superare in fretta. È parte dell’esperienza. È il tempo necessario perché un luogo diventi anche un po’ casa.
Per questo continuiamo a scegliere gruppi piccoli.
Non perché sia più semplice lavorare così. Anzi.



Scegliamo gruppi piccoli perché vogliamo poterci fermare quando una bambina o un bambino hanno bisogno di un momento solo per sé.
Per poter dedicare mezz’ora a una conversazione sull’amaca senza avere la sensazione di stare trascurando il resto del gruppo. Per accorgerci di chi osserva da lontano e accompagnarlo, con delicatezza, dentro il gruppo. Perché ogni persona piccola possa essere vista davvero.
In un tempo in cui tutto sembra chiedere di fare di più, più velocemente e con più persone, noi continuiamo a credere che alcune cose abbiano bisogno del contrario: meno fretta, meno rumore, meno quantità.
Più tempo.
Perché, a volte, il giorno più bello della vita di una bambina non nasce da un evento straordinario.
Nasce dal sentirsi finalmente libera di essere semplicemente sé stessa.







